Invidia: tutti la provano, nessuno la confessa. Perché è dolorosa per sé e pericolosa per gli altri. Ma è anche un’emozione utile: ci avverte che abbiamo perso un confronto, dandoci la spinta a migliorare.

L’invidia è un’emozione secondaria, che iniziamo a provare dopo i 3 anni di età, quando comincia a formarsi il nostro concetto di identità in relazione anche agli altri.

Tutti la provano (o almeno l’hanno provata) per ciò che sta loro a cuore.  La provano i ragazzi nei confronti del compagno che prende voti migliori o è fidanzato, gli adulti verso i colleghi che fanno carriera o guadagnano di più, ad esempio e anche gli anziani nei confronti dei loro coetanei che ricevono più visite da figli e nipoti.

Se tutti la provano , quasi nessuno la confessa. Si ammette più facilmente di farsi prendere dall’ira, di essere pigri o di soffrire di gelosia, ma di essere rosi dall’invidia no.

Lo sguardo maligno.

L’invidia è l’emozione “negativa” più rifiutata, perché ha in se due elementi “disonorevoli”: l’ammissione di sentirsi inferiori e il tentativo (o quanto meno il desiderio) di danneggiare l’altro. Solitamente quando proviamo invidia lanciamo anatemi e maledizioni o cerchiamo di sabotare l’altro in modo subdolo, meschino, denigrandolo ad esempio.

L’invidia è caratterizzata da un’ostilità nascosta e dal desiderio di poter gioire nel vedere l’invidiato finalmente in disgrazia. Dante, nella Divina Commedia, mette gli invidiosi in purgatorio, con le palpebre cucite da fil di ferro: così sono chiusi gli occhi che invidiarono e gioirono dalla vista dei mali altrui.

Anche un’altra caratteristica dell’invidia la rende difficile da ammettere, persino a se stessi: si prova soprattutto per chi è simile, per le persone che si considerano paragonabili a noi come condizioni di partenza.

Per una donna è bruciante il confronto con la conoscente bella e corteggiata, per una mamma il confronto con i genitori dei compagni di scuola dei propri figli (e anche il confronto sui risultati dei figli stessi). Si può provare invidia anche nei confronti dei propri fratelli e sorelle e nei confronti dei compagni di squadra, ma difficilmente di proverà invidia per il direttore generale dell’azienda in cui lavoriamo o per la star in voga al momento.

Parenti e amici serpenti.

Bersaglio d’invidia, la maggior parte delle volte,  sono quindi le persone che ci sono vicine e a cui vogliamo anche del bene: l’uguaglianza di opportunità rende doloroso il confronto e l’essere inferiore rispetto ai successi di amici e parenti in un campo importante per noi.

Talvolta l’invidia può mescolarsi anche alla gelosia, come nel caso dei rapporti amorosi (contesa di uno o più pretendenti amorosi) o delle preferenze , presunte o reali, dei genitori nei confronti dei figli. In questi casi  le conseguenze possono essere molto pesanti (come nel racconto biblico di Giuseppe, prediletto dal padre e venduto dai fratelli) e sfociare nella rabbia o nell’odio profondo. Allo stesso modo Caino uccise Abele, più gradito a Dio nella narrazione Biblica.

Chi è invidioso, quindi, lancia tre messaggi: “mi sento inferiore,  ti sono ostile per il tuo successo e potrei anche farti del male”. E’ questo aspetto oscuro della nostra natura umana che rende così deprecabile e inammissibile l’invidia, anche a noi stessi: siamo difficilmente di sposti ad ammettere questo lato oscuro della nostra psiche.

L’invidia è velenosa anche per chi la vive.

L’invidia è una emozione spiacevole, accompagnata da frustrazione, senso di inadeguatezza e bassa autostima. Chi tende ad essere invidioso rischia di valutare se stesso sempre in un confronto con gli altri, anziché apprezzare e valutare in senso assoluto le proprie qualità e  capacità: solitamente in questi confronti l’invidioso esce perdente.

Quando proviamo invidia, rabbia, frustrazione il nostro corpo reagisce chimicamente aumentando lo stato di stress e di tensione e si attivano aree del cervello deputate all’elaborazione del dolore fisico e sociale, derivante dal senso di esclusione. (Nel 2010 un team di scienziati del National Institute of Radiological Science of Japan ha mappato tramite risonanza cosa accadeva nel cervello degli invidiosi, rif. studi neuroscienze). In pratica chi è invidioso prova dolore fisico e mentale, che alla lunga può condurre a conseguenze fisiche (problemi al fegato, all’apparato digerente, tensioni muscolari croniche).

L’invidia, inoltre, può condurre a pessimismo e vittimismo cronico, due atteggiamenti mentali che conducono a risultati di sempre inferiori ai propri reali potenziali. L’invidia, non gestita, può far sprofondare in un circolo vizioso autodistruttivo, fatto di risultati sempre inferiori che alimentano a loro volta altra invidia.

Si dice “rodersi dall’invidia”, in quanto l’invidia non gestita è un’emozione che consuma e brucia la nostra persona.

O ti alzi, o abbassi l’altro.

L’invidia, come ogni altra emozione, è un segnale. Il segnale che l’invidia ci dà è che qualcun altro ha guadagnato un vantaggio rispetto a noi in un ambito per noi importante.

A questo punto spetta a noi decidere come elaborare questo messaggio fondamentale per la nostra evoluzione personale: possiamo limitarci ad abbassare l’altro (se ci riusciamo) oppure cercar di elevare noi stessi.

L’invidia è un grande motore di evoluzione sociale e può essere realmente una spinta al miglioramento individuale, quando ci spinge all’emulazione: in questo caso si concentrano le energie per ottenere un beneficio e il riconoscimento che desideriamo.

L’invidia, come tutte le emozioni a carica negativa, sono segnali di spinta, di bisogno di cambiamento, che ci devono far riflettere su noi stessi in primo luogo e  muoverci all’azione.

L’invidia benigna.

Non ammettere l’invidia non serve a nulla, quindi è bene in primo luogo riconoscerla ed accettarla, come un’emozione che ci appartiene e che ci chiama ad agire.

Se vi ritrovate spesso a:

  • criticare aspramente;
  • a indulgere in pettegolezzi e malelingue;
  • a fantasticare o fare progetti per sabotare rivali;
  • a passare per vittime sociali ;
  • a crogiolarvi nel pessimismo e nella mestizia.

Allora è giunto il momento di agire e di lavorare sodo per riacquistare una solida autostima e raggiungere i risultati che desiderate. In questo senso l’invidia, se ben indirizzata, può essere una fonte di motivazione.

Ogni emozione intensa consuma molta energia, sia che l’emozione sia trattenuta o che le si dia sfogo. Tanto vale usare questa energia vitale in modo positivo, canalizzandola verso uno scopo preciso: sviluppare le caratteristiche desiderate o raggiungere il traguardo “invidiato”.

Se siete invidiosi chiedetevi in primo luogo: “cosa voglio veramente per me? Starmene qui a rosicare in eterno oppure darmi da fare per cambiare? Cosa voglio veramente ottenere che ancora non ho? Cosa voglio dalla mia vita per sentirmi bene con me stesso e con gli altri?”

Rispondete a queste domande e siate sinceri con coi stessi. Questo è sempre il passaggio più difficile per smettere di essere rosi dall’invidia: essere sinceri con se stessi.

Luisa Querci della Rovere

Life Coach, Formatore e Consulente