Il titolo è provocatorio, quanto gergale, per farvi entrare immediatamente nello spirito della questione. Il vocabolario Treccani definisce la stronzata come “un’azione, discorso, comportamento da stronzo, cioè da persona stupida, sciocca, inetta, o comportamento scorretto”.

Se anche l’accademia della crusca ha accettato questo termine, vuol dire che il tal atteggiamento è così diffuso da essere di uso comune tanto da divenire consuetudine. Badate che non è stato nemmeno annoverato come parolaccia.

Premesso cosa intendo per stronzata, posso dire che, nonostante la migliore educazione e istruzione, nonostante i migliori consigli di amici illuminati o para illuminati, l’essere umano non può dirsi salvo dal commettere stronzate ogni giorno.

Il problema non sta nel commetterle, queste stronzate, ma nel come noi esseri umani reagiamo ad esse. Le stronzate possono essere un grande motore di crescita personale e spirituale, purché le si riconosca come tali e ci si adoperi per correggersi.

Come abbiamo visto, da definizione del vocabolario Treccani, le stronzate posso aver origine da quattro condizioni:

  1. Stupidità: caratteristica di chi è attonito, sbalordito, in una condizione di incapacità o insensibilità indotta da stupore o meraviglia, o da altre cause fisiche e morali; tipica di che è in uno stato di torpore dei sensi (in tal senso le migliori stronzate si fanno quando siamo ubriachi, o innamorati).
  2. Sciocchezza: caratteristica di persona, priva o scarsamente dotata di intelligenza, avvedutezza e buonsenso; si usa anche per indicare anche chi è inesperto o ignaro (e i truffatori san ben riconoscere gli sciocchi capaci di commettere stronzate);
  3. Inettitudine: caratteristica di chi non ha attitudine per determinati lavori, compiti, attività; con senso peggiorativo di persone assolutamente incapaci, deboli, fiacche (dicesi per lavoratori, professionisti, artisti, governanti e politici;
  4. Comportamento scorretto: è riferito a persona, o ai suoi atti, che non è conforme ai principî dell’onestà, della lealtà, dell’educazione e della convenienza; dicesi di chi non rispetta le regole del gioco, ma anche di chi compie errori o inesattezze di tecnica o si stile.

Quanto sopra ci rivela una tragica realtà: nel mondo si compiono ogni giorno miliardi di stronzate anche in “buona fede”, perché bisogna ben riconoscere di essere stupidi, sciocchi, inetti per non commettere stronzate oppure per riconoscere i propri atteggiamenti come tali.

Ma chi definirebbe se stesso, onestamente, uno stupido, uno sciocco o un inetto? Quasi nessuno, perché nella nostra trasfigurazione egoica siamo sempre attenti, accorti, intelligenti, avveduti, dotati di buon senso e capaci, o almeno così cerchiamo di raccontarcela.

La cosa più incredibile è che aziende, istituzioni e partiti politici sono pieni di persone che commettono stronzate, ma ben convinte del contrario, giocando così col destino di centinaia, migliaia e milioni di persone. La qual cosa, se ci pensate, fa rabbrividire.

Il dottor Carlo Mario Cipolla, esimio professore universitario e storico, nel lontano 1976, scrisse un breve saggio denominato Le Leggi della Stupidità in cui definì, quale categoria più pericolosa al mondo, proprio quella degli stupidi che non sanno di esserlo, prima ancora dei banditi.

Detto questo, ognuno di noi, nel suo piccolo, commette stronzate, perché in ogni momento possiamo trovarci consapevolmente o inconsapevolmente in una delle quattro situazioni sopra descritte: l’importante è capirlo. L’essere umano, altronde, apprende col metodo “trial failure”,  ovvero “prova e riprova”.

Noi siamo nati per sbagliare e dai nostri sbagli traiamo insegnamenti su cosa è giusto o meno fare. Il problema delle stronzate è che non le viviamo quasi mai come un fallimento delle nostre strategie di comportamento, ma piuttosto le etichettiamo come sfighe, avversità o incomprensioni.

L’atteggiamento più comune, purtroppo, di fronte alle proprie stronzate, è di giustificarle anche in faccia alla più lampante realtà inconfutabile, che noi confutiamo a posteriori in modi così fantasiosi che potrebbero renderci autori famosi quanto la Rowling.

Il problema, come ho detto, non sono le stronzate, ma il modo in cui noi stessi le raccontiamo a noi stessi. Le stronzate aiutano a crescere, se siamo in grado di vederle per quello che esse realmente sono: un momento di stupidità, la mia sciocchezza o la mia inettitudine, un mio tentativo di eludere le regole.

Una volta comprese, le stronzate agiscono in noi qual cura, individualmente e coralmente, perché ogni essere umano che si libera dalle proprie stronzate permette ad altri dieci esseri umani di fare lo stesso. E’ un effetto domino molto coinvolgente.

 

Luisa Querci della Rovere

Life, Business & Career Coach – Formatore e Consulente Aziendale